martedì 21 marzo 2017

Tra poesia e letteratura per l'infanzia (in omaggio a Silvia)



Le cinéma de l'équilibre, ill. per FilmMaker's Magazine © Silvia Santirosi

 
«Quando le donne lavano le mutande, è un lavoro domestico./ Quando lo fanno gli uomini, un avvincente cruccio./ Come s’affliggono, quei calzini umidi che sbattono sul filo,/ come sono sperduti e soli nell’aria che li fa orfani … », questi versi, canzonatori e graffianti, di Margaret Atwood sono stati, insieme ad altri più centrati sulla memoria e sulla percezione d’infanzia, una piccola rivelazione. Il rinfocolarsi di una traccia di ricerca. Questo articolo sulle autrici che praticano i linguaggi della poesia (non per bambini) e della letteratura per l'infanzia, infatti, stava nascendo, dopo anni di latenza e in altra forma, a inizio 2014 per fortuite circostanze affastellatesi nel corso di qualche settimana: il ritrovamento di un volume della Atwood che disperavo di recuperare; l’arrivo in Italia di María Teresa Andruetto; la neve sulle montagne che riportava alla memoria poesie di Giusi Quarenghi; l’uscita di una raccolta di Ornella Pozzolo; il rimettere mano a traduzioni da Sophia de Mello Breyner Andresen. Tutte autrici che hanno pubblicato poesie per adulti e libri per bambini. Gli accadimenti fortuiti e gli appunti disordinati hanno trovato l’urgenza di una prima sistematizzazione per un evento tragico: la morte di Silvia Santirosi (1981-2014), collaboratrice della nostra rivista e autrice, anch’essa tesa tra poesia e letteratura per l'infanzia. La ricognizione preliminare intorno a questo tema è dunque dedicata a lei. Un omaggio al suo scrivere; che aveva una peculiarità comune ad altre autrici: scrivere poesia per adulti senza scordare la dimensione dell’infanzia e scrivere per bambini senza fare a meno del bagaglio lieve vivo e scabro della poesia. «E la morte/ mi piace pensare/ ci stupisce bambini/ con le dita nella marmellata ai lampioni/ mi piace pensare/ accesi fino all’alba/ in una strada di periferia», scriveva Silvia in Istantanee (EdiLet, 2008). La Atwood, del resto, nella poesia “Bambina triste” - compresa nella raccolta citata in apertura, Mattino nella casa bruciata (Le Lettere, 2007) - ben tratteggia infanzia: «Be’, tutti i bambini sono tristi/ ma a qualcuno poi gli passa».
Circoscrivendo il campo alle sole autrici che utilizzino i due differenti linguaggi in modo distinto, restano fuori dal nostro ragionare scrittici di poesia per l'infanzia come Chiara Carminati e, ça va sans dire, gli uomini, penso a Pierre Hornain e a tre Roberto: Denti, Mussapi, Piumini.
Margaret Atwood, forse la massima esponente di lingua inglese della letteratura canadese, arriva alla scrittura per bambini solo più tardi, rispetto ai propri originari interessi letterari. Lo fa nel 1978 con Up in the Tree (in italiano: Quassù sull’albero, Giralangolo, 2011) dopo una decina di raccolte poetiche (debutto nel 1961) e tre romanzi per adulti, forme espressive mai abbandonate e andate di pari passo con le più rare opere per l'infanzia. La scrittrice canadese bene rappresenta quell’ideale di “autore totale”, capace cioè di cimentarsi con le varissime forme dell'espressione letteraria, del quale diceva Andruetto nell’intervista pubblicata qui ad aprile; in questo senso varrà la pena ricordare che Atwood ha ricevuto per un proprio romanzo (The Handmaid's Tale, 1985; in italiano: Il racconto dell'ancella, Mondadori, 1988) diversi riconoscimenti nell’ambito, apparentemente distantissimo, della fantascienza, compreso il prestigioso premio Arthur C. Clarke nel 1987. Ma torniamo alla poesia.
Analogo discorso, ovvero autrici arrivate al libro per bambini solo dopo consolidati percorsi in poesia, si può fare per Sophia de Mello Breyner Andresen (1919-2004); l’amata poetessa portoghese ha infatti regalato anche alcuni classici della letteratura lusitana per ragazzi, concentrati però e per lo più in unico decennio, a partire dal 1958. O per la nostra Vivian Lamarque, apprezzata poetessa che al debutto, nel 1981 con Teresino, meritò il Premio Viareggio. Poi è arrivata, venti anni dopo, anche la scrittura per l’infanzia con esiti felici. Da allora le due vesti letterarie sono andate affiancandosi nutrendosi, forse, a vicenda. A lei è dedicato un prezioso, per pregnanza, Oscar Mondadori: Poesie. 1972-2002. In Lamarque memoria e percezione d’infanzia, pure nella faticosa ricostruzione dell'età adulta e nell’alternanza dei ruoli filiale e genitoriale, sono sovente momento dominante della scrittura poetica: «A tavola/ per non parlare da sola/ ha parlato con le sue posate/ per tutta l’infanzia/ per tutta l’adolescenza/ con la signora Forchetta/ e suo marito il Coltello/per tutti i pranzi/e tutte le cene/ poi è diventata grande/ non ha più parlato all’acciaio inossidabile/ quasi più è tornata nel cassetto/ dei feroci bambini cucchiaini».
O ancora per un’altra italiana: Geraldina Colotti. L’autrice, a lungo incarcerata, ha all’attivo principalmente raccolte di poesie - ho personale predilezione per Sparge rosas (Manni, 2000), aperta dalla sarcastica “Traduzione”: «Sono un poeta/ in traduzione/ mi traducono/ in furgone» - ma con una delle rare incursioni nella letteratura giovanile ha offerto un romanzo bello e scomodo, Il segreto (Mondadori, 2003), troppo presto finito fuori catalogo (ora ripubblicato da Robin edizioni, 2012).
Infine ci sono le scrittici amate per le loro opere per l’infanzia che hanno poi svelato un côté schiettamente poetico. Penso alla già citata Andruetto, la cui opera poetica è pressoché inedita in Italia. Penso a Ornella Pozzolo che dopo alcune riuscite scritture per bambini - ricordo Anna senza confini (Arka, 2002) e Voglio essere una bambina delle fiabe (Salani, 2003) - ha recentemente debuttato in poesia con la raccolta Falene erotiche (ExCogita, 2013): «Non rattristarti, amore/ se ogni tanto/ io non canto con te/ la stessa canzone». Penso innanzitutto a una delle migliori autrici italiane per l’infanzia: Giusi Quarenghi. Oltre a opere per giovani lettori, pure con alcune prove poetiche dedicate (si veda E sulle case il cielo, Topipittori, 2007) l’autrice ha pubblicato nel corso degli anni stordenti e commoventi raccolte di poesia: Ho incontrato l'inverno (Campanotto, 1999), Nota di passaggio (Book, 2001), Tiramore (Marsilio, 2006). Così a pagina 49 di Tiramore: «Imparo la notte a memoria/ nelle stanze di te che non torni/ poche righe per volta e daccapo/ perché l'aggiunta non/ perda quello che s'era fissato/ Leggo e rileggo/ il suo bianco spartito/ Di tempi silenti di tutti/ rubati».


Questo articolo di Anselmo Roveda è stato pubblicato con il titolo Ad accostar poesia. Scrivere poesia e scrivere per l’infanzia: dalla canadese Margaret Atwood alla nostre Vivian Lamarque e Giusi Quarenghi. Una prima ricognizione sulla pratica di diversi linguaggi letterari in omaggio a Silvia Santirosi sulla rivista "Andersen" [andersen.it]; n. 321, maggio 2014.

Era accompgnato dal box:

Silvia Santirosi (1981-2014)

«Sono una donna/ a futuro indeterminato» con queste parole si apre Istantanee (EdiLet, 2008), la raccolta poetica pubblicata da Silvia. Me la promise a Montreuil 2009, me la donò a Bologna 2010. Iniziò a collaborare con “Andersen” nel 2009; si presentò allo stand della rivista, pochi mesi dopo era già in squadra con una collaborazione presto cresciuta nell'intensità e nelle uscite. Un'occasione bella, per noi - sempre propositiva, facilità di scrittura e analisi - e per lei - accreditarsi in un mondo non semplice. La voglia di inseguire i sogni l'ha poi portata a Parigi e le capacità, unite a determinazione dolce, l'hanno condotta, in breve tempo, a significativi risultati. Col trasferimento a Parigi, più difficile coinvolgerla nelle recensioni, la collaborazione diradò; ma continuavamo a sentirci, pure nei momenti di silenzio. La letteratura, illustrata e per l'infanzia, era la sua passione; alla quale si dedicava come giornalista, illustratrice e scrittrice. Dopo le iniziali collaborazione con “Le Conquiste del Lavoro”e “Il Mattino”, sono arrivate quelle con “Andersen” e “l'Unità” quindi con “L'Espresso” e il francese “dBd Magazine”; sul versante dell'illustrazione - le sue tavole corredano l'articolo - ha collaborato con riviste (“FilmMaker's Magazine”, “Loop”), partecipato a un paio di collettive e realizzato un'elegante copertina editoriale; come autrice ha pubblicato, oltre alle poesie su citate, due libri per bambini - Capitan Barbabrizzola (Anicia, 2012) e Il treno (OQO, 2012) - e almeno altri due sono, erano già, in preparazione per Kite, titoli provvisori Chi sono e Dov’ero quando non c’ero. Li aspettiamo; così che le parole, come dicevi e speravi, possano tenere un po' di compagnia. (a.r.)

giovedì 9 marzo 2017

Il volto e lo stigma




Il volto è l'unica parte di sé, del proprio corpo, che in questa porzione di mondo non si può celare, nascondere, camuffare o dissimulare tra tessuti. Nascondere il viso - con maschere vere e proprie o semplici foulard e caschi, poco importa - richiama immediatamente il disordine, il caos, la sovversione; tanto da essere colto come un chiaro segno di cattive intenzioni e di travisamento utile a tenersi fuori dal controllo sociale: così nei baccanali degli antichi e nei cortei carnascialeschi dei folli; così negli assalti alla diligenza dei banditi western, fazzoletto sul volto, o in quelli alle banche, maschere in lattice sulla faccia, celebrati anche dal cinema; così nelle manifestazioni politiche più violente degli anni '70 o nelle più recenti azioni, di varia ma comune natura antisociale, dei casseurs, delle bandillas o dei black bloc. Il volto non si nasconde, e farlo è considerato reato; in Italia in virtù dell'articolo 5, legge n. 152 del 22 maggio 1975 (“È vietato l'uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”) si rischia da uno a due anni di carcere e fino a duemila euro di ammenda. Le ansie da terrorismo internazionale degli ultimi tempi hanno riacceso il dibattito e consigliato in certi ambienti addirittura maggior severità; per contro la presenza di nuove sensibilità culturali e religiose, con l'aumento delle comunità di religione islamica dove il velo femminile è prescritto e atteso, ha indotto a interpretazioni più rispettose delle scelte di ciascuno. Certo, non senza strascichi polemici. Fatto sta che il volto non si nasconde e farlo è perlomeno indice di sospetto. Il viso va esibito (e non da ora, tempo di selfie and white teeth), ché rappresenta un elemento decisivo per la riuscita sociale: “mascella volitiva”, “occhi belli” (e varianti), “volto rassicurante”,  sono solo tre indizi che testimoniano, nell'uso linguistico comune, l'importanza di avere una faccia “a posto”. E chi non la ha è (vorremmo dire: era) esposto allo stigma sociale. I volti discosti dalla norma e le deformità del viso, più o meno marcate, si portano appresso un immaginario antico e perdurante che ricaccia non solo chi ha il volto preteso per imperfetto, ma anche chi guarda quel volto, in una zona d'ombra; un'ombra pericolosamente scivolosa, appunto, verso lo stigma più becero: quello che associa imperfezione del corpo con imperfezione dell'anima. Di certo, l'elaborazione personale e il confronto con il contesto sociale divengono costanti di chi porta sul volto segni particolari, per nascita o accidente. La letteratura ne ha fatto tema e spunto per molte narrazioni, anche nelle recenti proposte per adolescenti e giovani adulti. Oltre a Alicia faccia di mostro di Brunialti, recensito sul numero scorso e oggetto dell'intervista di Rossella Caso qui a fianco, potremmo ricordare la fortunata serie Wonder della scrittrice R.J. Palacio, il cui primo e omonimo romanzo è stato incluso nella terna dei finalisti del Premio Andersen 2014 per la categoria libri per ragazzi oltre i 12 anni, o ancora il recente Brucio (2016) di Christian Frascella, recensito su questo stesso numero da Guido Affini. Come detto il tema, variamente declinato, non è nuovo in letteratura; si potrà tornare almeno alla storia di Gwynplaine, protagonista de L'uomo che ride (1869) di Victor Hugo; a quella di Mascarita, personaggio de Il narratore ambulante (1987) di Mario Vargas Llosa; o,  per certi versi, a quella del capitano Fausto de Il buio e il miele (1969) di Giovanni Arpino.


*

dove l'ho scritto, la fonte: questo intervento è uscito sul numero corrente della rivista "Andersen", n. 340, marzo 2017

l'immagine: un fotogramma dal film L'uomo che ride (The Man Who Laughs, 1928) di Paul Leni dall'omonimo romanzo di Victor Hugo (1869)

tracce: oltre ai libri indicati si potrà andare - almeno per Hugo e Arpino - a cercare le diverse trasposizioni cinematografiche, alcune che traggono solo suggestione dal tema; così come si potrà andare a cercare suggestioni e collegamenti in altre forme espressive o guardarne la ricaduta nell'immaginario e nelle produzioni culturali (pare che il Joker di Batman debba molto, certo nella resa visiva, all'interpretazione di Conrad Veidt nel film del 1928).

sabato 25 febbraio 2017

Marte arriviamo!



Cinque anni fa, nel numero di febbraio 2012, ussciva sul mensile per piccoli "La Giostra": Marte arriviamo!; un mio racconto di neve, gioco e viaggi spaziali (domestici!), con le illustrazioni di Virginie Vertonghen. Ne avevo parlato qui. Quel brevissimo racconto, qualche immagine a colori tra quelle allora stampate e una serie di disegni di Virginie da scaricare e colorare sono disponibili al'indirizzo:




venerdì 10 febbraio 2017

La spada di Isadora

Storia di Isadora, una fiaba di Anselmo Roveda


C’era un uomo che di mestiere faceva il cavaliere, quando rimase senza cavallo non si disperò e cambiò occupazione. Iniziò a battere le più sperdute contrade cercando carcasse di coccodrillo. Quando le trovava le portava al mercato. Un giorno ne trovò una più pesante del solito, fu felice e si disse che al mercato quella pelle l’avrebbe venduta a caro prezzo.

Al mercato il compratore, un impagliatore, si lamentò un po’ ma poi, per tre soldi d’argento e un seme magico di zucca, la comprò.
Arrivato alla sua bottega l’impagliatore scoprì che dentro la pancia del coccodrillo c’era l’impugnatura di una spada di re.
«Che accidenti me ne faccio io di un’impugnatura di spada di re!», disse e così dicendo lanciò il pezzo di ferro nella cenere del camino. A metà mattina Cesira, la donna che riordinava la bottega dell’impagliatore, trovò l’impugnatura nella cenere e disse:
«Che meraviglia! Chissà che giochi ci si potranno inventare i bambini!», e se la portò a casa.

A casa di Cesira però né Giancarlo, il più grande, né Gianzuavo, il più piccolo dei maschi, e neppure Giandario, Gianenrico, Gianfredo, e tutti gli altri Gian messi al mondo si interessarono più di qualche minuto alla spada senza lama. Fu così che l’impugnatura finì nella mani di Isadora, l’unica femmina e la più piccola di casa. Quando Isadora brandiva l’impugnatura con la mano sinistra succedeva qualcosa di molto strano, di magico addirittura: una lama di fuoco spuntava nell’aria. La bimba giocava così ad accendere il fuoco sotto il latte e a terrorizzare i più prepotenti tra i suoi fratelli, ma la mamma non era contenta. Anzi. Diceva:
«Qui finisce che prendono la mia Isadora per una strega, bisogna far qualcosa, dovrò far sparire l’impugnatura… », poi però, per fortuna, se ne dimenticava, e così la bambina continuò a giocare con la sua spada di fuoco.

E fu un bene, perché un certo giorno passò di lì il messaggero di un vicino regno:
«Gente! Ascoltate! Sua Maestà il Re del Paese di Là offre un tesoro d’oro e la mano di sua figlia la principessa a chi sarà in grado di sconfiggere il drago che è andato a vivere nella torre del Castello del paese di Là!»
Giancarlo che era in età da matrimonio disse: «Ci penso io! Sono il più forte» ma poi tornò indietro con il sedere bruciacchiato.
Giandario disse: «Ci penso io! Sono il più scaltro» ma poi tornò indietro con il sedere bruciacchiato.
E così fecero pure tutti gli altri Gian della Cesira: partiti a gran parole, tornati con gran bruciature.
Allora mentre rincasava, chiappe fumanti, Gianzuavo la giovane Isadora non disse nulla e partì, impugnatura in pugno, per il Paese di Là. Salì decisa sulla torre più alta del castello, quella dove il drago aveva fatto il nido, e dopo qualche minuto, ecco che il drago fugge via. Merito della spada di fuoco? O delle chiacchiere di Isadora? Fatto sta che adesso il Regno del Paese di là è libero.

Suonano le trombe e rullano i tamburi, il re del Paese di Là fa chiamare nella sala del trono chi è stato capace di scacciare il drago. Le porte si aprono. Tutti si aspettano di veder un cavaliere alto e grosso e bello… e invece. E invece ecco entrare nella reggia una bambina bassa e piccola e bella a suo modo, pure un po’ cenciosa nelle vesti e moccicosa nel naso.
«Ehm… », deglutisce il re.
«Non si imbarazzi Sire, non cerchi parole. Tranquillo. Voglio solo il tesoro d’oro. Rinuncio volentieri alla mano della principessa, mica ho l’età da matrimonio. E poi sposare principi e principesse non va più di moda, ci si sposa con chi si ama mica con gli ammazzadraghi di passaggio, sennò poi non dura!»
«Ehm…», bofonchia il re, poi dato un colpo di tosse e ritrovato il contegno regale, annuncia: «Viva Isadora Scacciadraghi! Protettrice del Regno del Paese di Là! Riaccompagnatela a casa in corteo, di suonatori e cavalieri, e datele il tesoro d’oro!»

E così senza neppur bisogno di fare a botte, sul regno calò una nuova piacevole notte.

*



Questa storia è stata scritta come spunto e suggestione per il concorso letterario per ragazzi "Il Paese delle Fiabe" 2017, organizzato dal Comune di Serra Riccò (GE) per onorare la memoria e valorizzare l'opera della scrittrice Beatrice Solinas Donghi. Bando e informazioni sulla pagina delle Biblioteca della cittadina ligure. Il racconto, nei materiali del bando è seguito da una nota utile agli insegnanti nel favorire la partecipazione dei loro alunni. Eccola:

Nota dell’autore – Storia di una spada: suggestioni per creare una fiaba:
In questa storia c’è un’impugnatura di spada, recuperata dentro la pancia di un coccodrillo. È, o forse potrebbe solo essere, quella stessa che il re senza regno ha dato in pasto al coccodrillo di guardia al castello d’alabastro nella fiaba “La porta che c’era e non c’era” di Beatrice Solinas Donghi (la prima del volume “Le fiabe incatenate”, Rizzoli 1967; poi, dopo la trasposizione tv con i pupazzi di Lidia Forlini, ERI Junior, 1979; ed infine più edizioni e ristampe, l’ultima nel 2003 per EL).
Ecco le fiabe funzionano così, da un dettaglio, da un particolare si può partire per inventare e costruire una nuova storia; già, con le storie si può giocare, si possono “incatenare” e “intrecciare” tra loro, proprio come piaceva a Beatrice Solinas Donghi. Io sono partito da lì: dalle fiabe dell’autrice. Ho quindi scelto di usare la lingua propria delle fiabe. La lingua delle fiabe è una lingua magica, dove tutto può accadere dentro al rigore del gioco di fantasia; dove tutto deve essere piacevole a leggersi e a dirsi e quindi filare dentro l’avventura; ma dove tutto, tranne gli errori linguistici, può capitare. Anche fare emergere personaggi e particolari per poi lasciarli a zonzo, senza un motivo apparente, senza che rientrino nel finale della storia. Ecco, quei personaggi e dettagli possono essere spunto per domande capaci di far nascere nuove e originali storie, da intrecciare e incatenare con l’avventura di Isadora e con le fiabe di Solinas Donghi. La fiaba che inventerete non deve essere necessariamente la continuazione o l’antefatto delle avventure d’Isadora, anzi. Potrà essere una storia nuova e libera, che abbia però fatto proprio un elemento della fiaba di Isadora. Personaggi e situazioni curiose da cui partire ce ne sono parecchie: c’è un cavaliere senza più cavallo (come, quando e perché l’avrà perso?); c’è un impagliatore che possiede semi magici di zucca e forse ha un caratteraccio; c’è Cesira con la sua tribù di figli, svogliati e presuntuosetti, che si chiamano tutti Gianqualcosa; ci sono (certo!) Isadora e l’impugnatura della spada, e forse quella magica tra le due è proprio la bambina; c’è un re impreparato ad affrontare un’eroina bambina; c’è un drago forse più pacioso di quanto ce lo si figuri; c’è pure una principessa tutta da inventare perché qui proprio non appare.

martedì 7 febbraio 2017

Serra Riccò: il Paese delle Fiabe



 
COMUNE SERRA RICCO’
CONCORSO LETTERARIO PER RAGAZZI
“PAESE DELLE FIABE”
ANNO SCOLASTICO 2016 - 2017
Bando e Regolamento 


PRESENTAZIONE 


Il Comune di Serra Riccò indice un Concorso letterario dal titolo “Il Paese delle
Fiabe” con le seguenti finalità:
• Promuovere la conoscenza, l’approfondimento e la divulgazione dell’opera letteraria di Beatrice Solinas Donghi, nata a Serra Riccò e cittadina onoraria del Comune;
• Valorizzare il lascito della scrittrice Beatrice Solinas Donghi conservato presso la Biblioteca Comunale Edoardo Firpo che comprende le opere appartenenti alla scrittrice interamente catalogate a cui si integrano effetti personali, appunti, lettere, riconoscimenti;
• Contribuire ad avvicinare i ragazzi al mondo della lettura e della scrittura, sollecitare la partecipazione diretta e attiva anche attraverso la visita dei locali allestiti per ricreare lo studio della scrittrice;
• Offrire la possibilità di espressione libera e autentica, che permetta di dare voce alla ricchezza interiore che ciascuno porta dentro di sé.
Questa edizione del Concorso letterario “Il Paese delle Fiabe” valorizzerà l’opera di Beatrice di Solinas Donghi e inviterà le ragazze e i ragazzi a entrare nel mondo della letteratura e della lettura attraverso la creazione di fiabe originali, giocando con la possibilità di “incatenare” e “intrecciare” tra loro i temi del fiabesco proprio come ha insegnato, insieme ad altri grandi maestri quali Rodari, Beatrice Solinas Donghi. Per inventare la propria fiaba da sottoporre al concorso i partecipanti potranno trarre un elemento dalla storia scritta per il Concorso dall’autore ospite di questa edizione: Anselmo Roveda, scrittore e giornalista - al suo “Fiabe liguri” (2007) Beatrice Solinas Donghi donò una preziosa introduzione – che ha creato a sua volta una fiaba traendo un elemento da una delle “Fiabe incatenate” dell’autrice nata a Serra Riccò.
 

DESTINATARI
 

Il concorso letterario dal titolo “Paese delle Fiabe” è articolato nelle seguenti sezioni:
• Scuola materna: bambini di età compresa tra 3 e 5 anni
• Scuola primaria: bambini di età compresa tra 6 e 10 anni
• Scuola secondaria di primo grado: ragazzi di età compresa tra 11 e 14 anni
In ciascuna sezione sarà possibile partecipare sia con elaborati individuali che collettivi.
 

REGOLAMENTO

1. La partecipazione al concorso letterario dal titolo “Paese delle Fiabe” è completamente gratuita.

2. I partecipanti dovranno inviare un testo in lingua italiana, inedito e mai pubblicato sul web, opera individuale o collettiva, riconducibile al genere della fiaba e che prenda spunto da uno


o più elementi contenuti nella fiaba “La spada di Isadora” di Anselmo Roveda, autore ospite d’onore della presente edizione, allegata al presente bando.

3. L’opera dovrà avere una lunghezza minima di 3.000 battute spazi inclusi e massima di 9.000 battute spazi inclusi (3.000 battute spazi inclusi corrispondono circa a 1 facciata di foglio A4 con 30 righe di testo scritto in corpo 12).

4. L’opera in concorso, corredata da un titolo e dall’indicazione dell’autore (individuale o collettivo) e della sezione a cui si intende partecipare, dovrà essere riportata in un file di testo (.doc oppure .rtf) e inviata esclusivamente via mail all’indirizzo concorsoletterario@comune.serraricco.ge.it entro martedì 28 febbraio 2017, allegando nella stessa mail anche il modulo di iscrizione e l’accordo di partecipazione, debitamente compilati.

5. L’invio dei testi partecipanti al concorso implica altresì l’autorizzazione al Comune di Serra Riccò al trattamento ed alla conservazione dei dati personali forniti, essendo inteso che l’uso degli stessi è strettamente collegato al premio ed alle operazioni collegate, escludendo dunque l’utilizzo per finalità diverse da quella prevista.

6. Una giuria, nominata dall’Assessore alla Cultura del Comune di Serra Riccò unitamente al Responsabile del Servizio Socio Culturale del Comune stesso, esaminerà gli elaborati giunti nel rispetto dei termini stabiliti e conformi al presente regolamento provvedendo con giudizio inappellabile a designare i vincitori per ciascuna sezione in gara. La giuria si riserva la facoltà di non assegnare premi alla categoria in cui tutti i materiali presentati risultino inadeguati e di assegnare riconoscimenti speciali.

7. Non saranno comunicati giudizi per i racconti non classificati.

8. Il racconto primo classificato in ogni sezione sarà pubblicato da casa editrice scelta dal Comune senza nessun onere da parte del/degli Autore/i. Il volume verrà edito, promosso e distribuito a livello nazionale. Inoltre l’autore/autori riceverà/ranno un premio in buoni spesa per materiale didattico di importo pari a 50 euro.

9. La premiazione avrà luogo nel mese di maggio 2017 a Serra Riccò presso il Castello di San Cipriano a cui saranno invitati tutti i partecipanti a mezzo mail o consultando il sito istituzionale del Comune di Serra Riccò. Sarà gradita la partecipazione dei vincitori, degli insegnanti e delle classi di appartenenza.


informazioni e  testo "La spada di Isadora" di Anselmo Roveda alla pagina:
http://www.comune.serraricco.ge.it/pagina9_biblioteca.html

martedì 31 gennaio 2017

Joan Bodon



“Dei libri ricavati dalle tesi di laurea si doveva tacere la provenienza”, scriveva Antonio Faeti, per canzonare e poi sovvertire l’idea in uso tra accademici, in apertura della sua prefazione a un volume della collana “Memorandum” tratto proprio da una ricerca di fine studi (Claudia Reggiani, Il volo di un martin pescatore, Einaudi Ragazzi/EL, Trieste 1998). Le tesi sono, possono essere, gemme preziose proprio perché permettono di indagare anche oltre il contingente, l’acclamato, il riconosciuto, permettono di mettersi in ascolto di remote e chiare voci ben lontano dal chiasso delle prime file, consentono di spingersi in territori poco battuti, fino ai margini apparenti. Anche quando non sono ancora libri. La tesi «L'òme que èri ieu». Jean Boudou (1920-1975) e l'occitano come metafora di Vincenzo Perez, è una di queste gemme preziose. Permette di incontrare e ragionare intorno all’opera di Joan Bodon (all’anagrafe francese Jean Boudou), uno degli scrittori più interessanti e importanti della letteratura in occitano del XX secolo. Autore di fiabe, narrativa e poesia, scelse la lingua del territorio per raccontare l’universale attraverso il particolare, fatto non solo dalla peculiarità della propria lingua (tanto antica e nobile negli usi letterari, fin dai trovatori, quanto marginale e in regressione nei tempi nei quali operò Bodon) ma anche dei temi e delle forme praticate; anche qui, a partire dalla poesia e dal recupero dei racconti tramandati fino ai romanzi storici, sempre guardando al margine non come ripiegamento ma come apertura all’universale, spazio di congiunzione più che limite anche nelle fatiche del vivere, del trovare senso, del perdersi a vagabondare. Per chi come me vive tra più idiomi, scegliendo di fare letteratura non solo in italiano ma anche in una lingua discosta – nel mio caso il genovese – proprio perché intima e quindi disponibile all’universale, leggere una tesi su Bodon è una bella occasione. Ne sono venuto a conoscenza grazie al n. 163 (genoier 2017) di Novàs d’Occitània sul quale trovate anche le ragioni che hanno portato Vincenzo Perez a questa ricerca. La tesi invece è disponibile in linea su Occitanica - Mediatèca Enciclopedica Occitana all’indirizzo http://occitanica.eu/omeka/items/show/14386

venerdì 20 gennaio 2017

Rafael Pombo



è uscito l'albo bilingue spagnolo-italiano La pobre viejecita/La povera vecchietta, un testo del colombiano Rafael Pombo (1833-1912) illustrato da Enrico Macchiavello, per le edizioni Egnatia; il volume, ho avuto il piacere di curarne l'edizione, ospita questa mia breve nota:

Rafael Pombo (Bogotá, 1833-1912), è uno degli scrittori più importanti e amati della letteratura colombiana. Poeta e prosatore, è stato il principale esponente del romanticismo in Colombia e una delle più autorevoli figure della lirica romantica in lingua spagnola. Tuttavia nella storia letteraria del Sud America è maggiormente noto per il successo delle favole e dei racconti destinati all'infanzia, storie che hanno conservato intatta la loro freschezza e la cui popolarità arriva ai nostri giorni. Ancora oggi racconti come El gato bandido, La pobre viejecita o Simón el Bobito sono amatissimi - anche nelle loro successive e molteplici versioni musicate e animate - dai bambini latinoamericani. In Italia invece Pombo è pressoché inedito, il catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale del Ministero dei Beni e delle Attività culturali non riporta risultati nel nostro idioma.
Pombo si appassionò presto alla letteratura e fin da adolescente compose versi e fece traduzioni dal greco, dal latino e dalle lingue a lui contemporanee; traduzioni che continuò tutta la vita. Nel 1846 entrò nel Colegio Mayor de Nuestra Señora del Rosario dove fece studi umanistici; poi si graduò in matematica e ingegneria presso il Colegio Militar, ma non esercitò mai come ingegnere. Iniziò invece a scrivere, anche sotto pseudonimo, e a viaggiare curando gli affari di famiglia a Popayán. Un'importante svolta nella sua vita avvenne nel 1855 quando arrivò a New York come segretario della legazione colombiana. Rimase negli Stati Uniti, con alcune brevi interruzioni (compresa una missione diplomatica in Costa Rica), fino al 1872, anno nel quale tornò definitivamente in Colombia, dove morì quaranta anni dopo da poeta celebrato.
Nei diciassette anni negli Stati Uniti visse, oltre che a New York, anche a Washington e Filadelfia, città dove ebbe mansioni di console. Furono anni importanti, diedero alla sua opera respiro internazionale e gli permisero di entrare in contato con scrittori e intellettuali come Gabriel García Tassara, Ralph Waldo Emerson, Henry Wadsworth Longfellow e William Cullen Bryant.
Pombo perse l'incarico di rappresentanza nel febbraio del 1862 quando l'ambasciatore Pedro Alcántara Herrán fu destituito, ma ormai era ben radicato negli ambienti nordamericani e decise di restare a New York dove lavorò alle sue opere e a testi scolastici. Iniziò a scrivere, tradurre e adattare testi per l'infanzia per conto dell'editore Appleton. I testi affidati a Pombo attingevano dal repertorio tradizionale anglosassone delle nursery rhymes e delle Mother Goose rhymes, collezioni anonime circolanti da secoli e solo successivamente sistematizzate da vari autori. Nelle iniziali intenzioni dell'editore quelle di Pombo dovevano quindi essere, con tutta probabilità, delle semplici traduzioni in spagnolo, ma quei testi surreali e sonori divennero nelle mani del poeta un gioco di riscrittura e invenzione. Nel 1867 uscirono Cuentos pintados e nel 1869 Cuentos morales para niño formales. Fu l'inizio di una fortuna perdurante. I testi di Pombo, infatti, sono fantasiosi e originali, anche quando non è difficile rintracciare i modelli inglesi di partenza: è il caso di Simple Simon che diventa Simon el Bobito o di The Robber Kitten che si trasforma in El gato bandido. Anche la nostra La pobre viejecita (uscita nella raccolta del 1867) ha ascendenze in quelle rime; la figura della vecchia strampalata, infatti, richiama quelle cantilene, varissime, che nel folklore infantile anglosassone iniziano con «There was an old woman...» o simili incipit. Storielle di certo note anche a Charles Dickens che nel suo Tempi difficili (Hard Times, 1854) scrive: «In short, it was the moral of the old nursery fable: There was an old woman, and what do you think? She lived upon nothing but victuals and drink; Victuals and drink were the whole of her diet, And yet this old woman would NEVER be quiet. Is it possible, I wonder, that there was any analogy between the case of the Coketown population and the case of the little Gradgrinds?» (In breve era la morale della vecchia filastrocca: C'era una vecchietta: sapete cosa faceva? Da mangiar e da bere in tavola metteva; Mangiare e bere erano tutta la sua dieta, Eppur la vecchietta non se ne stava mai quieta. Che ci sia qualche analogia, mi chiedo, fra il caso della popolazione di Coketown e il caso dei piccoli Gradgrind?).

Rafael Pombo

L'editore, piccolo coraggioso e indipendente, ha distribuzione diretta, potete ordinare il volume nelle librerie o online.

martedì 13 dicembre 2016

Un lupo in corsa






Il mio libro per ragazzi (narrativa, +8) L'ululato del lupo (Coccole books, 2016) è tra i finalisti del Premio Un Libro per l'Ambiente 2017 indetto da Legambiente e La Nuova Ecologia. Ora incontrerà le classi in giro per l'Italia, a maggio l'esito. Qui la pagina dedicata al libro sul sito dell'editore.

giovedì 20 ottobre 2016

Io no, ma il postino... (lui sì che trotta!)




In questi giorni che potevo – volevo, dovevo - essere a Francoforte (Buchmesse), Strasburgo (Premio Narrare la parità), Rozzano (Digital Readers) e a zonzo per incontrare lettori (Modena, Pistoia, Boves, Novi Ligure…) sono restato a casa. Giocoforza. Colpa (merito? forse dovevo fermarmi) della frattura e dei tempi che richiede. Ho dovuto trascurare la corrispondenza e rallentare la scrittura. Però il postino mi ha regalato delle soddisfazioni… Mi ha portato tre libri a cui ho avuto il piacere di dare parole italiane. E un quarto è arrivato da sé, senza neppure bisogno della posta. Eccoli qui. Pian piano ve ne racconterò. 


Alice nel Paese delle Meraviglie. Nella tana del coniglio
[originale: Alice in Wonderland: down the rabbit hole; Charlesbridge, 2014]
di Lewis Carroll, riscrittura di Joe Rhatigan e Charles Nurnberg
illustrazioni di Eric Puybaret, testo italiano di Anselmo Roveda
Edizioni EDT - Giralangolo, 2016

L'isola del nonno
[originale: Grandad' Island; Simon & Schuster, 2015]
testo e illustrazioni di Benji Davies, testo italiano di Anselmo Roveda
Edizioni EDT - Giralangolo, 2016

La chabra de Monsú Seguin /La capra del signor Seguin
un racconto di Alphonse Daudet 
illustrazioni di Stefania Vincenzi
edizione a cura di Anselmo Roveda
versione in occitano alpino di Caterina Ramonda
[edizione bilingue occitano-italiano]
Edizioni Egnatia, 2016

Lunghicapelli
[originale: Longs Cheveux; Talents Hauts, 2010]
testo e illustrazioni di Benjamin Lacombe
traduzione di Anselmo Roveda
Edizioni EDT - Giralangolo, 2016




mercoledì 28 settembre 2016

Tifo lupo

Qualche mese fa è uscito il mio L’ululato del lupo (Coccolebooks, 20016), una narrativa per giovani lettori nella quale si continuano le avventure del gruppo di bambine e bambini del quartiere Santa Brigida già protagonista de L’ombra del lupo (Coccolebooks, 2012). In entrambi i libri è chiara una cosa: sto dalla parte del lupo. Perché è un animale che fa parte della storia e dell’immaginario dell’uomo, non solo come spauracchio ma anche come simbolo selvatico di forza cura e riservatezza e, certo, in necessità, pure ferocia. Superfluo poi raccontarne qui le implicazioni e le interpretazioni nella fiabistica, nel folklore e  nella letteratura (a maggior ragione in quella per l’infanzia). Insomma, sono stato (e continuo a stare) dalla parte del lupo da sempre e per molte ragioni; una parte presa, inutile nasconderlo per ragioni che, stringi stringi, potremmo dire sentimentali. Nutrite di immaginario e cultura. Dalla lupa capitolina in qua. Una posizione, lo so, da cittadino, non animalista (e neppure anticaccia) ma pur sempre cresciuto negli anni delle sensibilità ecologiche. Una posizione, quella della tutela di una specie così importante e così fragile, che immaginavo unanimemente condivisa, anche da chi vive in contesti montani e rurali e da chi si dedica ad attività pastorali. Quasi così, perché, poi, quello che ritenevo un unanimemente ho scoperto essere solo un ampiamente. Tra il primo e il secondo libro, anche a fronte di oggettivi episodi di attacco a greggi (percentuali risibili, ma reali), sono riemerse antiche paure e cresciuti movimenti contro la presenza del lupo in montagna. Soprattutto in quelle zone dove il lupo era scomparso da molti decenni (Francia in primis). Così mi è capitato, proprio mentre il secondo libro andava in stampa, di trovarmi a Barcelonnette (Alpi di Alta Provenza) e di constatare, nella bella libreria del posto, il numero crescente delle pubblicazioni anti-lupo, pure in forma di pamphlet e di instant book. Mi sono interrogato. E documentato. Oltre a pagine fitte, memorie più o meno alte, materiali grigi, atti di convegni e plichi vari di carta, tra le tante cose lette - pro e contro o solo di studio senza che i ricercatori sposassero ideologicamente (o sentimentalmente, come me) una posizione - ho scovato un articolo di sintesi, pacato, che analizza la questione per quel che è. Ha un paio di anni ma resta attuale (mi confermano gli amici che si occupano con continuità del tema) ed è qui su "Le Monde". 
Io continuo a stare dalla parte del lupo.  



L'ululato del lupo

illustrazioni di Ilaria Guarducci
Coccolebooks, 2016

martedì 27 settembre 2016

Poppy e il Lupo Sonnacchioso


Qualche giorno prima dell’estate è uscito Ricker Racker Club (EDT-Giralangolo); un albo illustrato, firmato da Patrick Guest e Nathaniel Eckstrom, al quale ho prestato le parole italiane. Dentro ci sono le strambe avventure, le piccole quotidianità e la festosa  ridda di un gruppo di bambini alle prese con il poi non così temibile Lupo Sonnacchioso e con un ben più ostinato, ma presto sconfessato dalla realtà, luogo comune. Informazioni in più (sito dell’editore) e qualche recensione (Scaffale basso, Le letture di Biblioragazzi, Linkiesta, Vita a zero-tre) le trovate in rete.


Ricker Racker Club

testo di Patrick Guest
illustrazioni di Nathaniel Eckstrom

testo italiano di Anselmo Roveda

EDT-Giralangolo, Torino 2016